Quando Gesù lodò Simon Pietro per la sua sicura confessione che Gesù era il Cristo, il Figlio del Dio vivente – Matteo 16:16, riunì due temi fondamentali del Nuovo Testamento: la chiesa e il regno—«… edificherò la mia chiesa […] E ti darò le chiavi del regno dei cieli…» – Matteo 16:18-19. Da allora, i seguaci di Cristo hanno riflettuto, con opinioni diverse, sul significato e la natura del regno e sul suo rapporto con la chiesa.
Gesù iniziò la sua predicazione dichiarando che il regno dei cieli era vicino (vedi Matteo 4:17). In tutti i Vangeli, il regno fu il tema unificante del suo insegnamento. In effetti, le Scritture riportano soltanto due occasioni in cui Cristo menzionò la chiesa. La chiesa, invece, ha maggiore rilievo negli Atti, nelle Epistole e nell’Apocalisse. Perché questa differenza? C’è forse un conflitto o una tensione inconciliabile tra ciò che Gesù insegnò e mise in risalto e ciò che fecero gli apostoli?
Negli ultimi anni sembra essersi accresciuto, tanto negli ambienti evangelici quanto in quelli anabattisti conservatori, l’interesse per il regno e i riferimenti ad esso. Molti usano espressioni come lavorare per il regno, edificare il regno, far crescere il regno, servizio del regno, finanze del regno e persino finanziare il regno. La teologia del regno è stata proposta come corso di studio, e l’espressione «cristiano del regno» è stata coniata per distinguere un particolare tipo di cristiano: uno che crede negli insegnamenti di Gesù e li mette in pratica. Tra molti anabattisti conservatori, la terminologia del regno ha praticamente sommerso il linguaggio espresso da Eliza Hewitt, che scrisse: «Per Cristo e la chiesa risuonino le nostre voci».
Tra i vari fattori che hanno alimentato questa rinnovata enfasi sul regno tra alcuni anabattisti, due spiccano in particolare. Entrambi riflettono l’influenza di cristiani esterni alla tradizione anabattista conservatrice, i quali tuttavia si professano credenti nella Bibbia e nati di nuovo.
- Il primo è che alcune persone sembrano preoccuparsi più di essere bibliche che di essere simili a Cristo. Noi anabattisti conservatori possiamo basarci sulla Bibbia per formulare tutte le dottrine e le posizioni corrette, mentre la nostra vita non riesce a riflettere il carattere e i valori di Gesù Cristo, nostro Signore, colui al quale affermiamo di essere uniti in una relazione vivente.
- La seconda questione riguarda la fissazione sull’atto di essere salvati, a scapito del vivere una vita da salvati; vale a dire, una vita di discepolato ubbidiente, in particolare agli stessi insegnamenti di Gesù che siamo chiamati a seguire. Benché la maggior parte degli anabattisti conservatori professi di mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo, non siamo immuni da un discepolato negligente.
Alcuni, all’interno dell’anabattismo conservatore, affrontano queste preoccupazioni più o meno nel modo seguente. Dicono che, sebbene gli evangelici credano nella persona e nell’opera di Cristo, tendano a concentrarsi su Paolo. In termini pratici, a loro (gli evangelici) stanno più a cuore le interpretazioni corrette della Bibbia, i sistemi teologici e l’assenso a credenze corrette che non una vita cristiana ubbidiente, soprattutto per quanto riguarda gli insegnamenti impegnativi di Cristo. Al contrario, questi anabattisti affermano che il regno di Dio, inaugurato da Gesù e tema centrale del suo insegnamento, dovrebbe definire la norma per comprendere e vivere la vita cristiana. Di conseguenza, per loro i Vangeli (e il regno) diventano prioritari nell’interpretazione del resto del Nuovo Testamento.
Che cosa dobbiamo pensare di tutto ciò? Le generalizzazioni ampie non rendono giustizia alle eccezioni e alle precisazioni, ma le preoccupazioni sono legittime, e questa critica nei confronti dei nostri amici evangelici contiene una certa dose di verità. Queste cose affondano le loro radici nel pensiero di Agostino (354-430), nell’enfasi sbilanciata della Riforma sulla giustificazione per fede e nell’opera di Giovanni Calvino. Ma che dire del rimedio di concentrarsi soprattutto su Cristo e sul regno? Certamente Cristo è al centro dell’interpretazione non solo del Nuovo Testamento, ma in realtà dell’intera Bibbia. Ed è importante mettere in evidenza quegli insegnamenti di Cristo che così spesso vengono accantonati, ma che sono richiesti a ogni chiesa degna del suo nome. Tuttavia, vorrei esprimere tre cautele o critiche riguardo all’adozione incondizionata di questo rimedio.
I Vangeli prevalgono sul resto delle Scritture?
Primo, ritengo sia un errore presumere che i Vangeli (la vita e gli insegnamenti di Gesù) debbano prevalere sulle Scritture del Nuovo Testamento e controllarne l’interpretazione. Piuttosto, il Nuovo Testamento, procedendo dai Vangeli agli Atti, alle Epistole e infine all’Apocalisse, contiene uno sviluppo della rivelazione più completa e della spiegazione dottrinale, ispirato divinamente. Lo vediamo considerando le parole di Gesù riguardo alla venuta dello Spirito Santo: Ho ancora molte cose da dirvi, ma non sono per voi ancora sopportabili. Ma quando sarà venuto lui, lo Spirito della verità, egli vi guiderà in tutta la verità; poiché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose a venire – Giovanni 16:12-13. I libri del Nuovo Testamento che seguono i Vangeli sono l’adempimento atteso di queste parole. Portano a pieno sviluppo e comprensione gli insegnamenti e l’opera di Cristo.
Il ministero di Cristo e il suo insegnamento sul regno posero le basi; poi la sua morte e risurrezione gettarono il fondamento sul quale avrebbe edificato la sua chiesa. Le Scritture che seguono i Vangeli ci permettono di comprendere meglio il significato della morte di Cristo sulla croce e il suo rapporto con noi e i suoi effetti su di noi, che si manifestano attraverso la fede e l’ubbidienza. Sviluppano inoltre l’intera dottrina della chiesa. Così, tutto il Nuovo Testamento si compone in una splendida armonia. I Vangeli e le Epistole devono essere interpretati gli uni in riferimento alle altre. Gli insegnamenti di Cristo non hanno la precedenza sulle Epistole; piuttosto, le Epistole aiutano a interpretare i Vangeli: ci offrono una comprensione più completa e un’applicazione pratica dei principi che Cristo diede ai suoi discepoli.
La teologia è incompatibile con il discepolato?
In secondo luogo, dobbiamo fare attenzione a non contrapporre la corretta interpretazione alla corretta pratica. In altre parole, non dobbiamo mettere la teologia contro il discepolato. Nella misura in cui alcuni evangelici possono dare troppa enfasi alla teologia a scapito del discepolato, ciò non dovrebbe indurci a fare della teologia un capro espiatorio. La teologia è lo studio di Dio e delle cose di Dio. Quando studiamo la Parola di Dio e confrontiamo le Scritture tra loro nel tentativo di giungere a una comprensione unitaria e armoniosa delle sue varie parti, formiamo una teologia personale.
Ogni cristiano ha una teologia, che sappia esprimerla bene oppure no. La nostra teologia (o comprensione dottrinale, se preferite dirlo così) è il nostro sistema di credenze e il terreno da cui cresce il nostro comportamento. Alcune teologie sono molto elementari, altre riflettono una vita intera di studio; la maggior parte è incompleta, alcune sono incoerenti, altre dogmatiche o intrise di filosofia, e alcune sono terribilmente errate. Si spera che tutti noi sviluppiamo una comprensione di Dio e della sua Parola sempre più ampia e accurata. È assolutamente necessario, poiché la nostra teologia, che è la somma delle nostre credenze su Dio e della nostra comprensione della sua Parola e della vita cristiana, è ciò che influenza il nostro discepolato, il nostro cammino quotidiano con Dio. Una buona teologia sostiene il discepolato. Una teologia carente lo mina.
«Regno» e «chiesa» sono intercambiabili?
Infine, dobbiamo pensare correttamente al rapporto tra il regno e la chiesa. Qual è il rapporto tra il regno e la chiesa? Il regno non è, come l’uso contemporaneo quasi ci indurrebbe a credere, una versione generica della chiesa o una parola sostitutiva per la chiesa. Il regno, piuttosto, riguarda il regnare o il governo di Dio. È al tempo stesso una realtà presente, essendo stato inaugurato nella persona e nella missione di Gesù, e un’attesa futura che Dio porterà a compimento alla fine dei tempi. La chiesa, pur non essendo il regno, è composta da coloro che appartengono al regno, coloro che, per opera di Cristo, si sono sottomessi al governo di Dio.
Pur cercando la parola precisa per esprimere il rapporto tra il regno e la chiesa, quale comunità santa, amorevole e ubbidiente di credenti, la chiesa è la manifestazione terrena del governo di Dio, il suo regno. Cristo non disse: «Edificherò il mio regno»; disse invece: «Edificherò la mia chiesa». Allo stesso modo, Paolo non costruì sale del regno; fondò chiese. È possibile avere una visione idealistica e romantica del regno, separata dal duro lavoro di vivere sulla terra con i nostri fratelli e sorelle in Cristo, all’interno di una chiesa locale. Possiamo esaltare il regno e sminuire la chiesa. Possiamo entusiasmarci per il concetto del regno, gli insegnamenti del regno, la crescita del regno e i convegni sul regno, eppure essere membri cinici, critici e indegni della nostra chiesa locale.
Vuoi lavorare per il regno (vedi Colossesi 4:11)? Allora consacrati con tutto il cuore a Cristo e alla sua chiesa. Questo comincia dalla tua chiesa locale. Ama e servi la tua chiesa. Assumiti delle responsabilità al suo interno. Sii responsabile e leale verso la tua chiesa locale. Lavora per il bene e la crescita della chiesa: la tua chiesa locale e non solo.
Timothy Dwight scrisse:*
Amo il tuo regno, Signore,
la dimora che ti appartiene,
la chiesa che il nostro beato Redentore
salvò col suo prezioso sangue.
Amo la tua chiesa, o Dio:
le sue mura stanno davanti a te,
cara come la pupilla dei tuoi occhi,
incisa sulla tua mano.
Ciò che intendeva sul rapporto preciso tra il regno e la chiesa potrebbe essere diverso da ciò che io penso. Tuttavia, vorrei che apprezzassimo il fatto che, quando pensava al regno, pensava alla chiesa. E così dovremmo fare anche noi! Le sue parole sono anche le tue, mentre prosegue a scrivere?
Per lei scenderanno le mie lacrime,
per lei saliranno le mie preghiere;
a lei siano consacrati le mie cure e le mie fatiche,
finché cure e fatiche finiranno.
Al di sopra della mia più grande gioia
stimo le sue vie celesti,
la sua dolce comunione, i suoi solenni voti,
i suoi inni d’amore e di lode.
* Vedi pagina 32 per il canto completo.



