Bastano il titolo a far sorgere probabilmente pensieri negativi nella tua mente. Noi esseri umani di solito non amiamo sentirci dire “no” perché va contro la nostra natura. Talvolta ci procuriamo il “no” da soli a causa della disobbedienza, come quando Dio disse “no” a Mosè. “Ti scongiuro: fammi passare e veda il paese buono . . . Ma il Signore . . . non volle ascoltarmi; e il Signore mi disse: Ti basta; non mi parlare più di questa cosa” (Deuteronomio 3:25,26).
In Deuteronomio 1:42 Dio disse “no” a Israele. “E il Signore mi disse: Di’ loro: Non salite, e non combattete; perché io non sono tra voi, e non siate colpiti davanti ai vostri nemici”, ma essi si ribellarono al Suo “no”. “E voi tornaste e piangete davanti al Signore; ma il Signore non volle dar ascolto alla vostra voce, né porre mente a voi” (Deuteronomio 1:45).
Dio disse “no” a Paolo. “E perché non fossi sopra misura esaltato per le rivelazioni, fu data a me una spina nella carne, un messaggero di Satana per percotermi, perché non fossi esaltato oltre misura. Per questa cosa tre volte ho pregato il Signore che si allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: Ti basta la mia grazia; perché la mia forza si dimostra perfetta nella debolezza. Molto volentieri dunque mi vanterò delle mie infermità, affinché la potenza di Cristo dimori su di me” (2 Corinzi 12:7-9).
Rivolgiamo la nostra attenzione all’accettazione del “no” da parte del preghierevole Paolo.
Primo, accettare non significa che il problema non esista. Paolo accettò il “no” di Dio, ma conservò tuttavia le infermità.
Secondo, accettare non significa rassegnazione desolata. Paolo “pregò il Signore per tre volte che si allontanasse da me.” Dobbiamo essere perseveranti, anche quando la risposta di Dio non arriva. (cfr. Luca 18:1-8).
Terzo, il “no” di Dio può essere necessario per evitare un male o un’infermità maggiore. Due volte Paolo dice che la spina nella carne gli fu data “affinché non fossi esaltato oltre misura.” Tuttavia, a differenza di Paolo, noi potremmo non conoscere lo scopo del “no” di Dio, ma possiamo essere certi della Sua fedeltà e bontà. Come Paolo, anche noi potremmo dover sopportare una cosa, cioè accettare il rifiuto di Dio per conseguire uno scopo o un beneficio più elevato.
Quarto, la debolezza di Paolo, come conseguenza del “no” di Dio, lo rese forte. “Perciò mi compiaccio nelle infermità, nelle offese, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angustie per amor di Cristo; perché quando sono debole, allora sono forte” (2 Corinzi 12:10). Il dolore e la sofferenza che alcuni sopportano li ha effettivamente resi forti nel Signore e nella potenza della Sua forza.
Quinto, l’infermità di Paolo permise alla potenza di Cristo di riposare su di lui. La forza di Dio era completa, sufficiente e resa perfetta nella debolezza. La forza di Paolo apparve essere di Dio. Perciò fu Cristo, non Paolo, a essere glorificato. Le infermità che Paolo sopportò rivelarono la potenza non di lui stesso ma di Dio.
Sesto, Dio spiegò la Sua risposta di “no” dicendo: “Ti basta la mia grazia.” L’amore e l’accettazione di Dio verso di noi, la Sua forza e il Suo potere per assisterci nelle nostre infermità e debolezze, sono sufficienti e completi.
Settimo, Paolo si glorificò nelle sue infermità, ma solo dopo aver accettato il “no” di Dio. Paolo alla fine vide che ciò permetteva alla potenza di Dio di riposare su di lui. La debolezza di Paolo mostrò e ingrandì il potere divino in modo che la capacità umana e l’autosufficienza personale non avrebbero mai potuto ottenere.
Ottavo, sfortunatamente per lui, Paolo fu il vaso, il sofferente, che dovette sopportare afflizioni affinché la grazia, la potenza e la gloria di Dio potessero essere veramente riflesse, ma fu lieto di sopportarle per tali scopi (cfr. 2 Cor 4:7-11; Gal 4:13,14; 6:14,17). Finché non saremo pronti a fare lo stesso, non possiamo accettare né comprendere il “no” di Dio.
Un “no” può entrare nella nostra vita per molte ragioni diverse.
Quando Dio dice “No,” il cristiano deve ricordare:
Che Dio farà ciò che è giusto. “Egli è … un Dio di verità e senza iniquità, giusto e retto è egli” (Deuteronomio 32:4). Uno può non vedere; può non comprendere, come non comprese Giobbe, ma Dio farà ciò che è giusto. “Forse il Giudice di tutta la terra non farà giustizia?” (Genesi 18:25).
Che le vie di Dio non sono le nostre. “Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie le mie vie, dice il Signore. Poiché come sono più alti i cieli della terra, così sono più alte le mie vie delle vostre vie e i miei pensieri dei vostri pensieri” (Isaia 55:8,9). Dio vede la fine dal principio. Null’è nascosto a lui. “Una tale conoscenza è troppo meravigliosa per me; è alta, non posso raggiungerla” (Salmi 139:6). Come un bambino piange in protesta quando la madre lo tira dalla strada (È un posto così bello per andare con il triciclo!), così possiamo piangere quando Dio dice “No,” ma Egli, come il genitore del bambino, conosce il pericolo che il bambino non può comprendere o apprezzare pienamente.
Che la preghiera ha uno scopo principale. La preghiera non dovrebbe essere un tentativo di manipolare la volontà di Dio. “Non la mia volontà, ma la tua sia fatta,” gridò il Salvatore sofferente, ma quando Dio dice “No,” spesso dimentichiamo questo fatto e ci lamentiamo di fatto: “Non la tua volontà ma la mia sia fatta.” Forse lo scopo supremo della preghiera è cercare la volontà di Dio per la nostra vita, i nostri desideri, i nostri bisogni e le nostre aspirazioni. Questo aiuterà a ricordare quando Dio dice “no.”
Che un “no” presente può essere un “sì” in formazione. A Paolo fu detto che sarebbe andato a Roma (Atti 19:21; 23:11). Ma le sbarre della prigionia, le catene del servaggio e le fauci della morte sembravano dire il contrario. Due anni di reclusione non erano prova convincente di un viaggio a Roma, né lo fu un viaggio per mare disperato (Atti 24:27; 27:20). Tuttavia, come tutti sappiamo, Paolo andò a Roma (Atti 28:16)!
Che le leggi di Dio prevalgono. Le leggi della natura sono leggi di Dio. Dio non vuole che uno cada da una scogliera, ma se certe leggi fisiche vengono infrante, ciò avverrà. Dio ha leggi biologiche. Si può contrarre una malattia, e può seguire sofferenza e morte. Si può pregare: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano,” ma se non si usano le leggi di Dio per procurarselo, o se si contraddicono i mezzi che Dio ha stabilito per ottenerlo, non lo si riceverà. Per quanto doloroso sia accettarlo, siamo frequentemente vittime delle leggi terrene nelle varie e diverse disposizioni della vita fisica. Naturalmente, vale anche l’inverso. Spesso siamo benedetti dalle leggi materiali di Dio (Matteo 5:45; Atti 14:17; 1 Timoteo 5:23).
In conclusione, Giobbe un tempo sopportò i colpi di calamità umane, angosce e torture mentali, corporali e dell’anima senza pari. La sua fedeltà e la sua costante sopportazione hanno benedetto trentacinque secoli di umanità afflitta. Stefano e Giacomo incontrarono morti premature e violente (Atti 7; 12). Morirono quando noi avremmo voluto che vivessero. Per mezzo della loro sofferenza e morte, ai primi discepoli fu mostrata la potenza della nuova fede: che gli uomini potevano morire e tuttavia vivere nella vittoria. Perciò, milioni moltiplicati sono stati incoraggiati e hanno accettato torture e morte piuttosto che rinnegare la loro fede e la speranza di vita eterna.
La liberazione venne. No, non per Stefano e Giacomo, né per servi sofferenti come Giobbe, di simile preziosa fede, ma essa venne in speranza inestinguibile, nella speranza che non confonde. Essa venne per mezzo di Colui che è potente per liberarci, noi che, per timore della morte, eravamo soggetti a schiavitù. “Rendiamo grazie a Dio per il suo dono ineffabile.”



